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7/30/2009 RadiciDi ciascuno di noi conoscevamo padre e madre, i loro genitori, i loro fratelli e i figli di questi: erano gli stessi per tutti noi fratelli, come si usava a quel tempo. Incontravamo i cugini in casa nostra o loro, ma più spesso in quelle dei nonni comuni, che erano state anche dei genitori e dei nostri zii: chi preferiva i nonni con orto e animali, chi quelli nella piazza del paese; per noi non avevano segreti, erano casa nostra. In quel piccolo paese c'erano - vivi o morti - i nonni e le zie nubili di tutti noi cugini, conoscevamo i parenti dei nonni, gli amici dei genitori e i loro parenti; di tutti sapevamo nome e soprannome e - con qualche sforzo - anche il cognome ed essi ci conoscevano. Noi cugini e le nostre famiglie vivevamo un po' sparpagliati ma non molto lontano, e per noi tutti in quel piccolo paese erano le nostre radici, quelle più profonde. Ma c'erano radici più recenti e non meno importanti nella città dov'ero nato e vivevo. Conoscevo compagni di scuola e di gioco - miei o dei miei fratelli - e di molti anche i genitori; da anni si frequentava la stessa chiesa, lo stesso ricreatorio, lo stesso bar; si affondavano le nostre radici, se non nello stesso paese, nella stessa cultura, nella stessa storia, nella stessa lingua, più o meno negli stessi valori; si parlava con e delle stesse persone nello stesso dialetto, ci si capiva al volo quasi con tutti. Parlare italiano era un'eccezione che finiva ben presto, qualche raro figlio unico che non aveva avuto modo d'imparare dai fratelli la lingua comune, prima dell'età scolare. Si conoscevano tutti gli abitanti del fabbricato, ci si incontrava sulle scale o nel cortile, si parlava da un piano all'altro, giovani e vecchi. Nessuno chiudeva la porta a chiave e non mancava mai niente: si bussava e si entrava, da quelli di sopra o da quelli di sotto. Foresti non ce n'erano e se capitavano non gli si era ostili, ma diffidenti sì: bisognava prima conoscerli e poi erano come tutti gli altri. Magari si spettegolava, si "tajava tabarri", si malignava ma si conviveva, si aiutava, talvolta di controvoglia ma senza darlo a vedere perché - non si sa mai - domani si poteva necessitare d'aiuto. Violare le "regole" comuni comportava subirne le conseguenze, sradicarsi dalla comunità: quasi nessuno lo voleva e pochi le violavano. Oggi non conosco nemmeno l'inquilino della porta accanto, nessuno usa le scale, talvolta ci si trova nell'ascensore - che non fa fermate intermedie - e più di buon giorno/buona sera non si dice. Sono tutti "foresti" e qualcuno lo è di più, perché non solo non si sa chi lui sia ma nemmeno come sia la sua gente, se le nostre "regole" siano da essa condivise, se quello che per i nostri nonni e padri era l'immancabile eccezione lo era anche per i suoi antenati. E talvolta sappiamo che non lo era. Si diceva un tempo "ragazzo di buona famiglia": poteva essere uno scavezzacollo, ma la famiglia in qualche modo garantiva la qualità del prodotto; non in modo assoluto, ma si poteva sperare che la buona pianta desse buoni frutti, che però potevano marcire. Ora sempre più spesso i fratelli non hanno gli stessi genitori, né gli stessi nonni, zii o cugini; non hanno le stesse radici, la stessa origine culturale. Ancor più chi viene da altri paesi può sentirsi e volere restare estraneo dove vive: senza radici, tradizioni, regole, doveri, lingua comuni. E fin da piccoli ci insegnano a non fidarsi degli estranei. O c'è qualche genitore che non lo fa? Comments (4)
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